Non stupitevi se in un blog in cui si parla di bambini e madri e padri oggi invece, vorrei scrivere di un famoso esploratore di origini irlandesi nato nel 1874 e morto nel 1922; perché a volte, le famiglie, sono i luoghi in cui le capacità richieste sono proprio quelle delle grandi imprese!
Quando ascoltai per la prima volta la storia del famoso esploratore Ernest Shackleton era forse il 2006 durante un seminario di management emozionale, tenuto dal mitico Luciano Ziarelli;
in questi seminari ( e non immaginatevi uno di quei convegni in cui si cerca di reprimere lo sbadiglio, qui non ci si perde una parola dall'inizio alla fine: sono uno sballo!) si propone un nuovo stile di leadership che punta a stimolare i propri collaboratori piuttosto che a dirigerli, e il seminario a cui andai, riportava come esempio di leader sublime, l’esploratore Shackleton che, nonostante un naufragio, mentre tentava una spedizione in Antartide, grazie alla sua tenacia e al suo incrollabile ottimismo, instillando nei propri compagni la caparbietà e la determinazione, riuscì a tirar fuori da ciascuno di loro il meglio che avrebbero potuto dare, ottenendo l’inaspettato risultato di non perdere nemmeno un uomo!
In quel periodo partecipavo spesso a workshop di questo tipo (dove si insegna a trasmettere emozioni e a instillare la passione, più che a puntare sul senso del dovere), e vi prendevo parte per un mio interesse personale, e non certo per la reale possibilità di applicazione sul campo ( lavorativo ovvio); e mai dico mai, avrei immaginato, che il racconto di quell’avventura, mi sarebbe tornato utile, soprattutto a casa mia piuttosto che in azienda!
Ma passato un po’ di tempo dopo il seminario, mi scordai della storia che avevo ascoltato...
L’organizzazione aziendale della società per cui lavoro, è abbastanza rigida e non permette in alcun modo di ricorrere alle emozioni . Da noi si privilegia la disposizione di procedure;
cosa che faccio tutto il giorno in ufficio: predispongo procedure e controllo che vengano eseguite con tanti saluti al management emozionale!
Quattro anni dopo però, a pochi giorni dal rientro a casa dopo un parto gemellare molto difficile, ancora dolorante e debilitata, ritrovandomi con due neonate premature , una birba di sette anni scatenata, una quattordicenne in preda a crisi adolescenziali, una dada molto spaventata da istruire , con un marito spesso in trasferta ( e quindi presente più virtualmente che effettivamente) e comunque fuori casa da mane a sera , iniziandomi a sentire come nell’occhio di un ciclone al comando di una nave e del suo equipaggio, pensai a Shackleton!
L’istinto di iniziare a piangermi addosso, mi sfiorò appena, visto che un bel po’ di altre persone (piccole e grandi) pendevano dalle mie labbra e aspettavano da me che tracciassi letteralmente la rotta; decisi presto che avrei dovuto stamparmi in faccia un’aria sicura e ripetermi come un mantra il motto di Buzz Lightyear:
verso l’infinito e oltre! ( c’è forse qualche genitore a cui devo spiegare chi sia Buzz???? )
Quando le cose si fanno difficili è tutta una questione di leadership mi dissi,
proprio come doveva aver pensato il povero Shackleton disperso dai ghiacci.
E le difficoltà sono solo cose da superare, dopotutto!
E come dicevano i Blues Brothers: quando il gioco si fa duro, i duri reggono il gioco!
Tirai dunque fuori i miei appunti ( e conservare tutto come faceva mia nonna, con maniacale accumulo di carte e oggetti di tutte le epoche, risulta a volte utilissimo; bisogna avere una casa grande ma insomma…)per andare a rileggermi, punto per punto, quel che aveva salvato la pelle all’esploratore e al suo equipaggio:
- Dare il meglio nelle condizioni peggiori ( e come inizio non c’era male, eravamo proprio in mezzo a una tempesta familiare);
- Concentrarsi sui mezzi disponibili: e nel mio caso l’incrollabile certezza che coinvolgere tutta la famiglia come se fosse un gioco da ragazzi quell’estenuante susseguirsi di cambi e poppate, cioè con leggerezza, ma anche con metodo e procedure ben definite, diede al mio equipaggio familiare il senso di appartenenza ( e a me la possibilità di non soccombere sotto la mole di lavoro che due neonate impongono). Così preparai tabelle di marcia per le poppate ( orari e quantità) e compiti ben definiti per ciascun membro della famiglia e li attaccai con un magnete, sul frigo.
- Essere capace di cambiare i propri piani ( certo che io avrei voluto un neonato alla volta!......... ma se il caso me ne aveva fatti trovare due bisognava pur gestirli lo stesso la meglio, senza tentennamenti ripetendomi la giaculatoria : doppia fatica = doppia soddisfazione)
- Non imporre comportamenti inutili ( e avrei dovuto un po’ rivedere le priorità della mia vita e quelle di tutta la famiglia del tipo : il tempo per darsi lo smalto ai piedi si sarebbe potuto benissimo trovare ……………….l’estate prossima!).
Già dopo i primi giorni di rodaggio, quando tabelle e suddivisione dei compiti erano già diventati abitudine, ringraziai lo spirito di Ernest Shackleton che immaginai mi sorridesse dall’aldilà a bordo dell’Endurance , la sua nave ( quale nome più azzeccato?).
L’ottimismo che mi ero letteralmente imposta ( un po’ come il sorriso stiracchiato che si vede su certe vecchie foto), aveva contagiato la dada e le sorelline: il sentirsi squadra aveva funzionato, e il coach, cioè me in persona, alla sera stremato, crollava sul letto dopo la poppata di mezzanotte, soddisfatto e ottimista come non lo era mai stato.
E devo essere onesta, adesso a cinque mesi, Ginevra e Vittoria, sono due bebè rotonde e sorridenti , grazie al gran lavoro che tutta la famiglia ( dada compresa) è riuscita a fare in allegria!
E lo stupore della gente per strada, della pediatra e di tutti i familiari, che vedono tutte e quattro le sorelle serene, di per se stesso mi sembra proprio un gran successo.
E inizio a pensare che avere quattro figlie, con le ultime due che ci sono letteralmente -e contemporaneamente- piombate dal cielo come un meteorite , come si diceva in Frankenstein junior:
si può fare!!!!!
Barbara Galli















