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  • Lunedì 27 Dicembre 2010 15:04

    Quello che le mie figlie mi hanno insegnato

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    Dopo tanto mio blaterare, e spiegare e ripetere , e faticare e correre,  in questi 14 anni in cui ho fatto la mamma (sbagliando molto e azzeccandone qualcuna), ho capito che ai figli non si insegna, ma si mostra e si dimostra, perché loro   più che ascoltarti ti osservano,  e assorbono quello che vedono.

    Sono state invece  le mie quattro “ragazze” così diverse tra loro,  le mie quattro figlie uniche ( cioè speciali) che mi hanno dato, ciascuna a modo suo, qualche bella  lezione:

    Carolina, la mia figlia maggiore mi ha insegnato che uno dei dolori più grandi per un bambino, quello di vedere i propri genitori separarsi, si può consumare in silenzio, senza che nessuno dall’esterno lo percepisca, senza segnali eclatanti, senza clamore, rimanendo bambine equilibrate e beneducate, bamboline-modello che a scuola padroneggiano l’italiano come un adulto e sono additate come  esempio dalle maestre ai compagni. Carolina mi ha insegnato che il dolore non necessariamente si consuma nel chiasso e lo si può elaborare e trasformare in cinismo e distacco. Ma un distacco sano ed equilibrato, e gli altri dall’esterno lo chiameranno diplomazia magari, oppure tatto e solo talvolta freddezza. Mi ha insegnato che a 14 anni ci si può distinguere dalla massa o anche dai canoni estetici della famiglia con l’abbigliamento, coi gusti musicali, con la curiosità per le cose nuove senza trasformare tutto questo in protesta cieca, essendo solo se stessi e cercando di trovare se stessi.

    Bianca
    quando arrivò sette anni fa mi insegnò da subito che un matrimonio traballante non si salda col progetto di un figlio da crescere assieme.  Mi ha insegnato che il concetto di famiglia è assolutamente soggettivo e ognuno considera familiare chi gli pare e piace. E pure può decidere di non riconoscere un famigliare se  non gli garba affatto. Mi  ha insegnato che le mamme imperfette, per quanto sbaglino, per quanto a volte non sappiano bene che pesci pigliare,  possano lo stesso generare figlie deliziose, perspicaci, allegre e sensibili.

    Ginevra mi ha insegnato che i bebè  bellissimi come quelli della pubblicità, con gli occhi azzurri, le guance tonde, le ciglia lunghissime,   ti possano piombare  addosso così per caso, anche se tu, a tanta bellezza, non eri  preparata.  Mi ha insegnato  che l’avidità verso il cibo ha un suo fascino e che ogni volta, davanti a un biberon spazzolato in fretta, e a un rivolo di latte che scivola dall’angolo della bocca, una mamma si può stupire.  Essendo lei così   insistente nelle sue proteste e richieste,   mi ha insegnato che purtroppo,  come in una metafora della vita è da lei che accorro prima, piuttosto che da sua sorella gemella, tanto più pacifica e silenziosa.

    Vittoria mi ha insegnato che la fragilità di un neonato prematuro, attaccato a delle macchine tramite dei fili,  e dentro a un’incubatrice,  può avere  occhi talmente profondi  e penetranti  da  lasciarti sgomento.  Mi ha insegnato che il dolore fisico che mi placavano con la morfina  era poco a confronto della separazione troppo lunga, a cui ci hanno costrette  quando è nata.

    Tutte insieme le mie figlie mi hanno dimostrato che se vuole, il mio tempo si dilata e diventa elastico e ragionevole; e si gonfia alle volte, quasi magicamente;
    e che la storia della coperta troppo corta  è una frottola; come pure il fatto, che io abbia solo due mani: non è vero niente! Io ho giornate di 30 ore in cui ci sta anche una partita a domino con Bianca, una chiacchiera con Carolina e tante coccole per le gemelle; ho un braccio per reggere un bebè, uno per cucinare e uno per colorare una cornicetta di un quaderno di seconda elementare.

    Barbara Galli

    1 Commento

    • La Giostra Gonfiabile Giovedì 07 Aprile 2011 16:26 inviato da La Giostra Gonfiabile

      Molto bella la frase: "uno dei dolori più grandi per un bambino, quello di vedere i propri genitori separarsi, si può consumare in silenzio".

      Vera e dura!

      Fa riflettere e pensare.

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